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COLORET DI PRAT
Una breve storia

Il territorio di Colloredo di Prato, a partire dal 90 a.C., quando Aquileia diventò municipium e subito dopo colonia romana, fu territorio aquileiese, cioè completamente romanizzato. Infatti il nome del vicino abitato di Pasian deve l'origine ad un colono romano, Pacilius. 
Si segnala il ritrovamento di un'urna funeraria durante arature lungo il percorso della via Trevisana, nella zona settentrionale del territorio. Altro ritrovamento, a nord-est della Chiesa della Madonna dei Roveri, lungo un'antica via per Pasian, di macerie romane corrispondenti ad un insediamento imprecisato posto su un terreno arativo su un leggero rialzo. Alcuni resti di epoca romana sono stati individuati anche nella zona tra Bressa e Colloredo, in loc. Ratices (resti di tombe ad inumazione del tipo a sarcofago con copertura di embrici).
Dopo lo sfacelo dell'Impero Romano, preceduto dalle devastazioni attilane del 452, le invasioni barbariche con la calata del Longobardi nel 568, seguiti all'inizio del VI sec. dagli Avari e dagli Ungheri dall'899 al 942, avevano spopolato tutto il territorio. In questo periodo andarono distrutti tutti i villaggi latini disseminati nella pianura.
Solo con le donazioni del 1001 e del 1028 al Patriarca di Aquileia, il territorio incominciò a trovare un assestamento anche se la zona del Medio Friuli fra Tagliamento e Torre era predominata dal pascolo e da selve, con scarse colture di cereali e qualche oasi per gli abitati in cui si coltivavano piante da frutto. Il patriarcato, tuttavia diede un forte impulso alle riedificazioni dei villaggi distrutti, che si trasformarono in castelli e corti fortificate dette "cortine" o "cente".
In quel contesto, la zona centrale, ricompresa fra Udine e Basiliano, appariva come una vasta area priva di insediamenti abitativi significativi e forse era era stata riservata prevalentemente ad uso prativo e pascolativo, come starebbero ad indicare i toponimi locali (Colloredo di Prato, Nogaredo di Prato, Pasian di Prato, Passons, ecc.).
Il toponimo del nostro Paese (Colorêt) deriva dal latino coryletum, da corylus (corylus avellana) “nocciolo”. I collettivi di piante finiscono in –eto, ma la terminazione di Colloredo in –edo avvenne a causa della venetizzazione del termine. Colloredo inoltre ha acquisito l’aggiunta “di Prato” già fin dal Trecento.
Alcune date significative della storia del nostro Paese:
 - a. 1300 ca. in Coloreto, prima attestazione del toponimo di Colloredo;
 - a. 1334, in un documento udinese viene ricordato un certo “Philippo condam Petri de Coloreto de Prato”.
 - a. 1350. primo documento in cui compare il toponimo completo di "Colloredo di Prato". Denunzia di un cittadino udinese, tale Filippo, contro Fulcherio Savorgnan, all'interno della quale viene citato il massaro Antonio di Colloredo di Prato.
 - a. 1422 Villa Colloredi de Prato;
 - a. 1557 Colloret di Prat Villa Commune;
 - a.
1635 Colloreto di Prato sotto li possessori dei Masi di detta villa;
 - aa. 1765-1766 Colloredo di Prado con Casamatta;
 - a. 1805 Colloredo;
 - a. 1871 Colorèd di Pràd;
 - a. 1925 Colloredo di Prato, Colorêt di Prât.
Per il resto la storia del Paese si identifica con la storia delle tre principali costruzioni religiose: la Chiesa Parrocchiale dei Santi Niccolò e Giorgio, la Chiesa dei Santi Cosma e Damiano e la Chiesa della Madonna dei Roveri.
Al centro dell’abitato si trova la Parrocchiale, dedicata ai Santi Niccolò e Giorgio, la cui data di fondazione è incerta, ma si ha una certa notizia di sacerdoti officianti in paese fin dalla metà del trecento.
La prima indicazione si riferisce al 1422, nel Catastico Urbanis, quando, sotto la pieve di Santa Margherita del Grugno, viene indicata una lista di filiali e fra queste quella di “Villa de Colloreto de Prato”.
Il nome dei titolari compare per la prima volta nel 1474 nell’atto di nomina a Cappellano di Giacomo d’Aulea.
A metà del diciassettesimo secolo fu rilevata la necessità di procedere ad un primo ampliamento della struttura con l’innalzamento dei muri perimetrali e l’apertura di due finestre. Dopo pochi decenni, a causa dell’incremento della popolazione, la chiesa divenne insufficiente. Si pensò quindi di ricostruirla completamente. I lavori ebbero inizio nel 1698 e solo nel 1765 venne dichiarata la fine dei lavori.
La chiesa dei Santi Cosma e Damiano venne fondata all’epoca delle pestilenze che nel ‘400 infuriarono nella zona, rivolgendosi alla protezione dei due martiri orientali che avevano abbracciato la professione medica. Le prime notizie risalgono al 1338, ma nel secolo successivo numerosi dovettero essere le ristrutturazioni, tanto che gli studiosi la considerano databile tra i secoli XV e XVI. Nel 1829 il coro fu innalzato e ampliato e fu edificata la sacrestia.
La Chiesa della Madonna dei Roveri (dal latino "robur" = quercia) era in passato dedicata alle Sante Maria ed Elisabetta e, più recentemente, alla Madonna del Rosario.
Nei pressi del torrente Lavia cresceva incolta una macchia di querce, sotto le quali i pastori si riparavano in caso di maltempo. Fu proprio ad uno di questi alberi (rovere o quercia) che una pastorella (si dice) vide appeso un quadretto, raffigurante la Vergine Maria. Al ritrovamento si attribuì il valore di un segno celeste: Maria voleva essere onorata in quella verde solitudine.
Non si hanno notizie sulla data della fondazione che, secondo la tradizione, risalirebbe al 1454.
Nei secoli passati il santuario godette di meritata fama: dai paesi vicini accorrevano in pellegrinaggio le popolazioni per chiedere grazie o per soddisfare dei voti. Ancora oggi la parrocchia di Campoformido, al 21 novembre, compie l'annuale pellegrinaggio, numeroso e molto sentito, alla Madonna dei Roveri.
Nel 1626 i danni causati dagli agenti atmosferici resero necessari lavori di riparazione strutturale (effettuati nel 1660) che conferirono alla costruzione l'aspetto attuale. All'interno, un grande arco trionfale a tutto sesto, recante la data 1666, immette nell'ampia aula rettangolare, terminante con un'abside quadrata dalla volta a crociera.
Fin dalle origini dovette esserci una Confraternita del S. Rosario, se già nel 1523 risulta fiorente e dotata di parecchi beni. Una bolla del Patriarca di Aquileia, datata 12 aprile 1719, confermava detta Confraternita, denominandola "del S. Rosario o dei Centocinquanta". L'arcivescovo di Udine, mons. Gradenigo, nel 1783 concesse di trasferire la festa della dedicazione della chiesa dal 2 luglio alla seconda domenica del mese: una lapide murata lo attesta tuttora.
Nel 1894 l'aula fu ampliata di cinque metri con il contributo finanziario della popolazione.  Gli interventi successivi non ne hanno alterata la struttura. L'ultimo intervento di restauro risale al 1960.

Feliciano Della Mora




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